La resa dei conti della DAD e il salto nel buio di settembre

Scritto da il 24 Giugno 2020

Della DAD, durante il periodo del lockdown, se ne è parlato a dismisura: protagonista dei network è stata demonizzata o santificata, sviscerata nei suoi pro e contro, colta negli aspetti psicopedagogici, nonché sociologici, ha dato vita ad un nuovo paradigma scolastico.

Paradigma traballante e precario, frutto dell’improvvisazione e dell’emergenza, si presenta come un tentativo di salvare il salvabile, attraverso molteplici, e poco coordinati, intenti ed energie: il risultato un patchwork, un arlecchino, un Frankenstein (per i più macabri) che il sistema cerca di adottare legittimandolo (inserendo la DAD nel CCNL).
La conclusione dell’anno scolastico per gli attori della scuola-alunni, docenti e genitori-coincide con la fine dell’apnea: il sospiro di sollievo ci riporta ad una situazione (momentanea) di normalità.

Il pensiero evita di protrarsi oltre la fine di agosto, un meccanismo di difesa che spera nel buon senso delle istituzioni e nella convinzione -rafforzata dalla DAD- che la scuola è presenza, è esserci con tutti i registri sensoriali: gli unici a permettere lo sviluppo integrale del soggetto.
Le deboli ed incerte proposte che stanno prendendo forma, sulla modalità di fare scuola nel prossimo a.s., portano, ancora una volta, il segno della svalorizzazione, della abnegazione e dello sfibramento del tessuto scolastico: si gioca con quello che si ha, muovendo diversamente gli elementi, non si avverte un incremento e un significativo potenziamento.

E ancora una volta si gioca al risparmio, a far apparire come geniali ed illuminanti soluzioni che soddisfano solo le spese della PA, facendo ricadere la mancanza di efficacia ed efficienza sulla professionalità docente:
un depauperamento che investe l’intera società.
Lucia Immacolata Bocchetti

Foto di Varun Kulkarni da Pixabay 


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