La scuola ora

Scritto da il 1 Ottobre 2020

In un momento in cui la “presenza” reclama forme di “diretta vicinanza” fare sapere è toccare interiormente la risonanza del desiderio di essere nel proprio tempo.

La pandemia porta esigenze di nuove relazioni formative e pratiche di sapere. La didattica reclama forme nuove che ritrovino l’origine della scuola come suo principio. Bisogna riprendere un prima senza data perché non del passato, un prima che non c’è mai stato e da sempre desiderato. Il desiderio si manifesta e la Scuola ora ha come esigenza quella di un manifesto la esprima nel suo principio.

Lo smarrimento, portato dall’epidemia, ha messo a soqquadro tutti i registri della vita sociale delle linee di presidio sanitario e formativo, di produzione e relazione, sconvolgendo i legami personali. Il mondo intero è in apprensione per un passaggio epocale incerto e confuso, richiamando la formazione e l’istruzione a una trasformazione di luoghi e relazioni, di metodi e contenuti che mettono in questione l’eredita del nostro tempo. 

La scuola come istituzione ne è coinvolta, perché la scuola suggerisce alla società il suo futuro. Ne racconta il presente, regola la memoria del tempo personale su quello della storia da aggiustare. 

A scuola s’impara, per essere preparati, a far fronte a ogni nuovo inciampo e rimuovere impedimenti, a superare ostacoli. La scuola ripara, forma, istruisce, partecipa, generando cultura e conoscenza per una società comune. La scuola è l’industria della cultura, l’impresa del futuro. 

La scuola è passaggio dalla casa alla città, dalla tradizione all’innovazione, da uno stato a una nuova condizione. A scuola si passa il sapere di una generazione a un’altra che afferma nuovi valori. Questo passare è chiamato, adesso ancora di più, ad essere generativo rinnovando il sapere del sistema produttivo in nuove pratiche di apprendimento e di legami sociali.

Fi qui il “saper fare” delle “competenze” e delle “competizioni” ha rappresentato la pratica di un individualismo indifferenziato, disperso nell’anonima folla dei followers. È il momento questo di “fare sapere” per una pratica di relazione partecipativa di cambiamento verso la sostenibilità e l’equità sociale. Fin qui la comunicazione è stata la dispersione della comunità, l’informazione è stata la distorsione della formazione. “Fare sapere” non è solo per informare. Fare sapere è mettere insieme le proprie conoscenze colmando il proprio non sapere con il sapere proprio di un altro, in una restituzione continua di ascolto per una comunità interferente, dove ognuno alimenta il desiderio dell’altro di una società comune, che è al fondo delle direttive dell’Unione Europea. 

La scuola non è un luogo chiuso né può restare reclusa in una regolamentazione che alimenta la separazione tra società e istituzione, come quella tra politica ed economia, tra cultura e informazione, tra comunicazione e comunità. La scuola non può essere reclusa, la scuola deve essere diffusa, per un’educazione alla cittadinanza, per lo sviluppo dell’economia, per la giustizia sociale e comunitaria. La Scuola è tale per offrire strumenti pratici e partecipativi per una cultura condivisa che aiuti istituzioni, imprese, e persone ad affrontare la complessità e l’incertezza.

La scuola ora è chiamata a scoprire un collegio di “docenti non insegnanti”, persone che fanno sapere in uno scambio di apprendimento circolare, in un dialogo corale, per una restituzione di forme e contenuti inattesi e sperati. L’efficacia pratica delle proprie attività didattiche a livelli diversi, sono sempre guidate da un ideale orientato dal desiderio di una comunità attiva non separabile dall’obiettivo di “benessere” che ha come fine il “bene comune” dello stare bene insieme in una manutenzione costante dei legami sociali. 

Siamo in un momento in cui la “presenza” reclama forme di “diretta vicinanza” fare sapere è toccare interiormente la risonanza del desiderio di essere nel proprio tempo.

A scuola si fa l’appello. Si risponde presente. Non è però per contare il numero della classe. Quel rispondere presente è della propria presenza. Non sempre chi è in presenza è presente. Quante volte siamo stati assenti stando in classe. Bisognerà pure chiedersi della “presenza”, non come un dato fisico, percettivo. “io ti vedo” anche quando non ci sei, sei presente in me. Ogni volta che in quell’appello della prima ora il nome proprio risuonava in quella stanza si sentiva di essere chiamati per rispondere di sé, del proprio essere presente, del dare se stessi in un impegno.

Si parla tante volte di fare rete collegando la scuola alle imprese, si dimentica che la scuola è di per sé un’impresa. Andare a scuola è un’impresa. La Scuola è l’impresa sociale. L’impresa del futuro. Non bisogna collegarsi ad altra impresa, quanto piuttosto al contrario ogni impresa deve ritrovare nella scuola la sua cultura, il suo richiamo, il suo studio.

La cosa più difficile di quest’anno difficile è stato il sentirsi “remoto”, messo “a distanza”. “Remoto” si dice del tempo. Si dice del passato che è remoto come di ciò che è finito. I giorni del Lock down hanno trovato persone che sono state benissimo e persone che sono state malissimo. Quanti hanno avuto la possibilità di riordinare, visitare la propria memoria, raccontare, ripensare, dialogare con se stessi, si sono abitati stanza nella stanza remota. A ben rifletterci la stanza remota è quella della memoria. Remoto è il Sé, quel che si ha dentro di sé. Quando è vuoto, quando la memoria si è disabitata e disordinata, quando quella stanza interiore dei sentimenti si è fatta vuota e l’abbiamo riempita del non ho tempo delle tante cose da fare perché pressati senza che il volere del fare si ritrovasse con il desiderio di farlo, allora è stato davvero difficile, e lo è ancora. La democrazia riguarda anche questo. C’è chi quel remoto lo vive come vuoto, assenza, mancanza di presenza. Non però un numero, la presenza è bene altro, è rispondere di sé. È quello che si chiamava coscienza e che adesso possiamo chiamare diversamente. La coscienza però non è smart, è diretta vicinanza.

Fin qui si data la scuola dell’alternanza con il lavoro. È mancato però il lavoro interiore, quello su se stessi. La cosa più difficile della scuola a distanza è anche fare i conti di stare da soli nella propria stanza, a casa e stabilire una relazione nuova fra il dentro e il fuori, fra la presenza a sé e la presenza dell’altro, degli altri. La cosa più difficile è rispondere di sé, in un in sé dell’altro. Ogni è remoto a se stesso. 

Sarà forse questa nuova alternanza a portarci all’esercizio di un sé come prima non è stato, a ripensare la memoria come stanza del proprio sentire e abitare. Al fondo la storia della distanza è la stessa dell’interiorità. Quando per la prima volta gli uomini si posero a distanza, quando qualcuno si allontanò e fu perduto, cominciava quella stanza dell’interiorità dove solo prende significato l’apprendere e dove imparare è prendere riparo, così educare è sempre “a partire da”, “condursi a partire da”. In quel “ex ducere” dell’educare, il “da” non è solo da uno stato selvaggio, da un mescolamento, da una confusione, da una presenza senza senso, per ritrovare nell’essere presente l’appello al proprio domandarsi di sé e risponderne.

Foto di StockSnap da Pixabay 

Pino Ferraro


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