Il docente pendolo

Scritto da il 9 Luglio 2020

Sono le 6.03 e suona la sveglia. Ho deciso di impostarla a quell’ora perché alle 6.00 mi sembra troppo presto, così ho l’impressione di alzarmi più tardi e di riposare di più. Ci metto un minuto per realizzare che giorno sia: lunedì, martedì, mercoledì… è indifferente; quando lavori lontano da casa non ha importanza, ti devi svegliare sempre presto. Ho i minuti contati perché alle 6.15 devo svegliare mia figlia per portarla dalla babysitter che la accompagnerà a scuola. Mi sbrigo.

La tavola è apparecchiata per la colazione già dalla sera prima, si guadagna tempo così. Guardo continuamente l’ora. So che alle 7.00 devo essere già in strada per raggiungere la scuola in cui lavoro. Alle 6.35 mi vesto, preparo me e mia figlia per uscire. Controllo di avere tutti i libri per la giornata e controllo il suo zaino. Alle 6.50 esco di casa. È ancora buio, non ci sono molte auto in giro (ancora per poco, però). Lascio mia figlia dalla babysitter e parto per il lavoro.

Il viaggio non è lunghissimo, 45 minuti con traffico regolare. Spero sempre di non trovare “intoppi”: un incidente (frequenti su una delle strade più pericolose d’Italia), un trattore, un ingorgo. Qualunque cosa mi farebbe arrivare in ritardo a scuola, nonostante parta molto in anticipo. Mentre guido, ripasso mentalmente le attività da fare con i bambini. Motoria, Scienze, Tecnologia. Devo controllare i compiti che quell’alunno non aveva svolto il giorno prima. Devo chiedere ai collaboratori di farmi delle fotocopie per la quinta ora. Mi viene un dubbio: mi sono ricordata il libro di Scienze? Butto l’occhio sulla borsa sul sedile accanto: è lì. Arrivo nel parcheggio della scuola. 49 minuti: oggi c’era un po’ di traffico.

Le 5 ore di lezione volano. Un po’ di stanchezza si fa sentire verso mezzogiorno, ma resisto. Al suono della campanella accompagno la classe. Aspetto qualche genitore che è in ritardo. Si scusa. Guardo l’ora: 10 minuti oltre l’orario. Si aggiungono ai 45/50 che mi serviranno per tornare a casa. Per fortuna mia figlia fa il tempo pieno e non sono in ritardo per andare a prenderla.

Mi avvio verso l’auto. Saluto i bambini che incrocio. Salgo. Penso al viaggio che ho davanti. Sono stanca. Accendo la radio. Ripercorro quei chilometri fatti la mattina. 5 ore di lezione, un’ora e mezza circa di viaggio. Penso alla riunione che ci sarà il giorno dopo. Mangerò un panino a scuola, non avrò tempo di tornare a casa. Finirà alle 18.30, ma io non sarò a casa prima delle 20. Alzo la musica. Penso alle lezioni da preparare per domani. Finalmente sono arrivata a casa. Sono le 14.05.

Pendolarismo. Questa parola spiega perfettamente la situazione dei tantissimi docenti che, come me, ogni giorno si spostano da casa al lavoro e dal lavoro a casa, come un pendolo, avanti e indietro, tutti i giorni. Ci si sveglia presto, si viaggia, sempre lo stesso percorso, si arriva a scuola e si dà il massimo di se stessi, si nascondono la stanchezza, il sonno o l’ansia per aver rischiato di arrivare tardi a causa del traffico. Stare in classe con gli alunni, impegnarsi nel proprio lavoro e i rapporti d’amicizia che si creano con i colleghi fanno dimenticare i chilometri attraversati.

Edina Kadic

Foto di StockSnap da Pixabay 

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