Epidemia da Sars-Cov-2 in Campania: Meglio morire di fame o di Covid- 19?

Scritto da il 18 Novembre 2020

La Campania è tuttora una delle regioni italiane con il maggior numero di contagi in materia di Covid – 19, con un numero di casi che oscilla tra i tremila e i quattromila giornalieri e questo la colloca al terzo posto fra le regioni italiane per numero di casi attivi. Nonostante ciò, al contrario della Lombardia e del Piemonte, che occupano rispettivamente la prima e la seconda posizione, la Campania dispone di un maggior numero di posti letto in terapia intensiva (656) e in degenza (3160). Questo aveva spinto il Governo, dopo il Dpcm del 03/11/2020 a dichiararla zona gialla, ma alla luce degli eventi dell’ultima settimana, è stata resa zona rossa a partire dal 15/11/2020 .

Stando alle parole del presidente della Regione Vincenzo De Luca, ciò che ha dato inizio all’iter controverso che ha portato la regione da una zona all’altra è stata la diffusione delle foto, scattate sul lungomare della città di Napoli e risalenti alla settimana precedente. Nelle suddette foto c’erano infatti molte persone senza mascherina e a meno di un metro di distanza e tramite dei video mandati in onda al telegiornale regionale è stato mostrato che nonostante i ripetuti avvertimenti da parte delle autorità competenti molte persone continuavano a non rispettare le norme anti – Covid.

Quest’evento, equiparabile ad una miccia che dopo aver preso fuoco ha scatenato una serie confusa di eventi, ha dimostrato pienamente l’incapacità delle istituzioni di assumersi le proprie responsabilità e l’incertezza riguardo l’individuazione di un reale colpevole. In molti infatti si sono espressi in merito, mantenendo posizioni molto differenti. I giornalisti, in primis, hanno incolpato i giovani imprudenti di non comprendere la reale portata del virus e le conseguenze delle loro azioni; il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, in potere di chiudere strade della città in cui si verificano assembramenti, ha affermato, sui social ed in TV, che prendere un provvedimento su una singola zona risulta inutile in quanto occuparne una limitrofa è molto facile, esortando il presidente della regione Campania, Vincenzo De Luca, a dichiarare la città di Napoli zona rossa.

Quest’ultimo infine, ha ridicolizzato le affermazioni del Sindaco sostenendo che la sua è stata una mossa con fini pubblicitari ed accusandolo di non aver seguito le direttive date da lui stesso per limitare gli assembramenti. De Luca inoltre ha incolpato il Governo di essersi mosso tardi nei confronti della regione Campania, sottovalutando i suoi numerosi appelli, con cui proponeva il lockdown per l’intera nazione. Viene spontaneo chiedersi, in un clima di così profonde incertezze, che ruolo abbia la popolazione. In linea generale c’è chi teme maggiormente per la propria condizione economica e chi per quella di salute. A tal proposito, in seguito alla decisione della regione di imporre un coprifuoco dalle ore 23:00 alle ore 05:00, sono stati molti i lavoratori nell’ambito della ristorazione a protestare la sera del 23 ottobre, in quanto il provvedimento avrebbe indubbiamente fatto calare i loro introiti, già inferiori rispetto allo scorso anno per via del lockdown di marzo.

La manifestazione, iniziata con i migliori propositi, ha avuto risvolti molto violenti per via della partecipazione di persone non inerenti ai settori più colpiti dall’emergenza sanitaria, fra cui anche esponenti del partito “Forza Nuova”, che con i loro atti vandalici hanno fatto in parte perdere di vista le reali motivazioni dietro la protesta. Altre critiche poi, son o state fatte da chi avrebbe voluto una protesta pacifica con norme anti – Covid, per evitare di rendere le strade un ulteriore luogo di contagio. All’alba del 24 ottobre la città appariva ulteriormente divisa fra chi criticava duramente i manifestanti e chi, pur criticando la violenza in cui è sfociata la protesta, comprendeva la loro disperazione in quanto lavoratori che andranno incontro ad un inevitabile impoverimento.

Riguardo due posizioni tanto distanti è impossibile assumere una posizione drastica, poiché significherebbe scegliere com’è meglio morire, se oppressi dalla fame o in un letto d’ospedale, ed indubbiamente non c’è una risposta giusta, in quanto la scelta non cambia le cose. In un momento in cui più che sperare che le cose si sistemino da sol e servirebbe una linea unita da parte del Governo, della ministra dell’istruzione, dei presidenti delle regioni e dei sindaci, ognuno sembra avere una sua posizione riguardo le decisioni più giuste da prendere riguardo l’emergenza sanitaria. Come conseguenza delle dichiarazioni diverse rilasciate da vari membri delle istituzioni, è inevitabile per la popolazione farsi sopraffare dalla confusione e dalla paura. Un esempio lampante è rappresentato dalla questione scolastica.

Dopo il primo lockdown, la promessa fatta dal Governo e dalla ministra dell’istruzione Lucia Azzolina, è stata quella di tornare a scuola in sicurezza a settembre, senza tener conto dell’evidente difficoltà delle strutture scolastiche di attuare le adeguate norme igienico – sanitarie. Questo per problemi di spazio, carenza di banchi singoli, dispenser di disinfettante e soprattutto di direttive chiare sul comportamento da assumere nelle varie circostanze.

Dopo la prima ondata di marzo, che ha costretto tutti gli studenti italiani in Dad (Didattica a distanza), si è parlato molto dell’utilità della scuola in presenza, definita migliore riguardo l’apprendimento, egualitaria in quanto permette a tutti di seguire le lezioni senza l’uso di dispositivi elettronici e fondamentale come luogo di socializzazioni. Dopo la ripresa delle attività didattiche in presenza con norme di sicurezza, a partire dal 14 settembre, la didattica a distanza è stata però considerata un’alternativa più sicura. Questo perché la scuola è venuta meno come luogo di confronto e socializzazione per la necessità di rispettare le norme anti – Covid, diventando in alcuni casi luogo di contagio.

In una situa zione simile, l’unica via d’uscita ipotizzabile oltre al la speranza in un vaccino efficace e disponibile prima della fine del prossimo anno sembra quella di dover imparare a convivere con il virus. Per farlo è necessario cercare di aiutare i più svantaggiati, dalle piccole imprese ai soggetti a rischio, provando a combatte re la stessa battagli a , senza creare ulteriori divisioni, indubbiamente deleterie in un periodo tanto difficile ed incerto.

Vittoria Sassi

Foto di Gerd Altmann da Pixabay 

rispetto allo scorso anno per via del lockdown di marzo. La manifestazione, iniziata con i migliori propositi, ha avuto risvolti molto violenti per via della partecipazione di persone non inerenti ai settori più colpiti dall’emergenza sanitaria, fra cui anche esponenti del partito “Forza Nuova”, che con i loro atti vandalici hanno fatto in parte perdere di vista le reali motivazioni dietro la protesta. Altre critiche poi, son o state fatte da chi avrebbe voluto una protesta pacifica con norme anti – Covid, per evitare di rendere le strade un ulteriore luogo di contagio. All’alba del 24 ottobre la città appariva ulteriormente divisa fra chi criticava duramente i manifestanti e chi , pur criticando la violenza in cui è sfociata la protesta, comprendeva la loro disperazione in quanto lavoratori che andranno incontro ad un inevitabile impoverimento. Riguardo due posizioni tanto distanti è impossibile assumere una posizione drastica, po iché significherebbe scegliere com’è meglio morire, se oppressi dalla fame o in un letto d’ospedale, ed indubbiamente non c’è una risposta giusta, in quanto la scelta non cambia le cose. In un momento in cui più che sperare che le cose si sistemino da sol e servirebbe una linea unita da parte del Governo, della ministra dell’istruzione, dei presidenti delle regioni e dei sindaci, ognuno sembra avere una sua posizione riguardo le decisioni più giuste da prendere riguardo l’emergenza sanitaria. Come conseguen za delle dichiarazioni diverse rilasciate da vari membri delle istituzioni, è inevitabile per la popolazione farsi sopraffare dalla confusione e dalla paura. Un esempio lampante è rappresentato dalla questione scolastica. Dopo il primo lockdown, la promes sa fatta dal Governo e dalla ministra dell’istruzione Lucia Azzolina, è stata quella di tornare a scuola in sicurezza a settembre, senza tener conto dell’evidente difficoltà delle strutture scolastiche di attuare le adeguate norme igienico – sanitarie. Quest o per problemi di spazio, carenza di banchi singoli, dispenser di disinfettante e soprattutto di direttive chiare sul comportamento da assumere nell e varie circostanze. Dopo la prima ondata di marzo, che ha costretto tutti gli studenti italiani in Dad (Di dattica a distanza), si è parlato molto dell’utilità della scuola in presenza, definita migliore riguardo l’apprendimento, egualitaria in quanto permette a tutti di seguire le lezioni senza l’uso di dispositivi elettronici e fondamentale come luogo di soci alizzazioni. Dopo la ripresa delle attività didattiche in presenza con norme di sicurezza, a partire dal 14 settembre, la didattica a distanza è stata però considerata un’alternativa più sicura. Questo perché la scuola è venuta meno come luogo di confron to e socializzazione per la necessità di rispettare le norme anti – Covid, diventando in alcuni casi luogo di contagio . I n una situa zione simile, l ’ unica via d ’ uscita ipotizzabile oltre al la speranza in un vaccino efficace e d isponibile prima della fine del prossimo anno sembra quella di dover imparare a convivere con il virus. P er farlo è necessario cercare di aiutare i più svantaggiati, dalle piccole imprese ai soggetti a rischio, provando a combatte re la stessa battagli a , senza creare ulteriori divisioni , indubbiamente deleterie in un periodo tanto difficile ed ince rto.


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