IL PIENO DEL VUOTO: soli e iperconnessi
Scritto da Carmen Talarico il 4 Aprile 2021
Gli eremiti sociali
Un’alunna di scuola primaria, ormai preadolescente, cerca il filo del dialogo e dell’ascolto in privato.
Portandosi la mano sul petto esordisce dicendo: «Maestra mi sento un vuoto dentro».
Le domando sommessamente: «Prova a parlarmi di questo vuoto».
Mi risponde prontamente: «Mi manca tutto. Mi mancano gli amici, mi manca il mio sport, mi manca la mia musica, mi manca uscire. Insomma, tutto».
Nell’accoglienza dell’ascolto, le rispondo che quel vuoto che sente è reale. Le suggerisco un «abitare poetico di quel vuoto», cioè di viverlo raccontandolo in poesia. Le si illuminano gli occhi. Ritorna al suo posto. Scrive. È un fiume in piena.
Io prendo respiro e ritmo. Il vuoto ora appartiene a me. Mi sento smarrita.
Da docente osservo la generazione dei ragazzi preadolescenti in crescita. Durante le attività in presenza mi rassicura incrociare gli occhi dei ragazzi, perché sono quegli stessi occhi che ho accompagnato per cinque anni. Quando, però, a ricreazione mettono giù la mascherina per qualche minuto per la loro merenda, fatico a riconoscerli: il loro volto non è più fanciullesco, ma spuntano brufoletti e sorrisi preadolescenziali; in me la triste consapevolezza di aver perso una parte di loro che non tornerà più.
Accolgo quotidianamente il «vuoto» dei ragazzi, un «vuoto» pieno del disagio che investe l’intera comunità educante. È un disagio che ha i colori delle chiusure e dei divieti, la presenza dell’assenza, la vicinanza della lontananza.
È una generazione di isole: eremiti sociali, soli e iperconnessi.
Le nuove povertà educative nelle potenzialità tecnologiche
Le generalizzazioni non giovano in un argomentare, tuttavia non si può non prendere atto che i ragazzi, in piena trasformazione nella scoperta di sé e delle relazioni, ora vivono una sorta di ritiro sociale.
Nella loro solitudine, trovano un punto di riferimento nel virtuale della rete, dei social e delle chat.
A noi adulti il compito di proteggerli dalle aggressioni della rete e a dare la giusta veste alla tecnologia, quello di strumento.
In presenza emergono le nuove povertà educative: la paura verso le relazioni e talvolta il disimpegno scolastico.
Gli introversi si muovono in una zona di confort e accentuano questa loro tendenza naturale, i più vitali tendono a spegnersi, i vivaci chiedono un tempo per scaricare la loro tensione.
La rete educativa
La comunità educante di docenti, genitori, psicologi, ente locale ora più che mai deve creare una rete in cui ascolto, empatia, esempi positivi, dialogo, gentilezza siano gli argini del fluire adolescenziale.
In questo tempo stra-ordinario, inteso come fuori dall’ordinario e opportunità di trasformazione, la rivoluzione coraggiosa è lasciarsi attraversare dalla crisi dimorando in essa.
«E quindi uscimmo a riveder le stelle (Inferno XXXIV, 139)» recita l’ultimo verso dell’Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri. L’alleanza con la luce deve passare dall’ombratile e dalla notte.
È il tempo della creazione e del confinamento.
È il tempo della concentrazione e della concertazione.
È il tempo della cura educativa al servizio del sapere.